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Referendum e ComunitÓ di Valle




23.01.2012, di Mauro Bondi (letto 3444 volte)

In ordine alla sopravvivenza delle Comunità di valle emergono tre linee di pensiero. Ci sono coloro che, come direbbe Totò, le sostengono “a prescindere”, (Dellai – Gilmozzi), coloro che le sostengono poco convintamente (esistono per cui facciamole funzionare, Cossali - PD) e coloro che le vorrebbero eliminare, chi strumentalmente (la Lega) chi convintamente come, non da ultimo, Renato Ballardini. Mi colloco decisamente nella linea di pensiero espressa da Ballardini.

Il referendum è evidentemente proposto strumentalmente dalla Lega ma pericolosa, e altrettanto strumentale, è la posizione del PD che ha preso la scivolosa via dell’astensionismo. Mi interessa poco chi promuove un referendum (ovvio che non firmo se la proposta proviene da forze politiche come la Lega dai cui tavoli sto sempre a distanza di sicurezza) ma una volta indetto vado a votare con assoluta convinzione perché è sbagliato valutare un referendum sulla base di chi lo ha proposto e un invito alla astensione, specie da parte del PD, è inaccettabile. Primo perché incentiva la disaffezione al voto e secondo perché se si crede nelle Comunità di Valle va incentivato il voto popolare convincendo i cittadini della bontà di tale proposta. Diversamente devo pensare che il PD è conscio che i cittadini sono contrari alla Comunità ma siccome sbagliano è bene non farli votare: centralismo decisionista e paternalismo da lasciare ai tempi passati.

Personalmente penso che le Comunità non potranno mai funzionare, essendo il loro principale scopo quello di aumentare il personale politico, oltre alla improduttiva spesa pubblica, nella nostra già inflazionata provincia (ASUC, Magnifiche Comunità, Regole, BIM, Circoscrizioni, Comuni, Comunità di Valle, Provincia, Regione, Stato e Comunità Europea) e quello di meglio controllare il consenso attraverso le istituzioni (e relativi contributi) tanto che la sola parola referendum, fa venire l’orticaria alla classe politica.

L’inutilità delle Comunità di Valle la penso ora ma lo pensavo anche nel 2006 quando, da consigliere, così motivavo il mio voto contrario: “vedremo nell'applicazione di questa legge se i vantaggi saranno superiori agli svantaggi. Se così sarà sarò anche lieto di aver avuto torto perché comunque il mio torto non comporterebbe nessun effetto negativo nei confronti della comunità. Diverso sarebbe se i fatti dovessero darmi ragione, perché evidentemente gli effetti negativi di questa legge avrebbero una dimensione ben più ampia e ricadrebbero sull'intera comunità trentina e non soltanto sul consigliere che ha sbagliato la propria linea politica”. La pensava così anche il nostro Gigi Olivieri con cui abbiamo promosso battaglie e referendum contro la Comunità di valle ma poi, come Paolo sulla via di Damasco, è stato fulminato sulla via per Tione e così oggi lo troviamo sulla sponda opposta. E se tra le Comunità di valle ce ne è una che meno delle altre potrà mai funzionare è proprio quella delle Giudicarie.

Si dice che soppresse le Comunità di Valle resterebbe il problema della eccessiva frammentazione dei Comuni Trentini ma non si è mai vista una semplificazione del quadro istituzionale dove, anziché creare le condizioni di aggregazione tra Comuni, si da vita a nuovi enti che si aggiungono al già citato complicato quadro istituzionale trentino. Si tratta di un quadro istituzionale che certamente rappresenta la ricchezza e la democrazia di base della nostra Autonomia ma che, nella gestione efficiente e moderna dei servizi per i cittadini, ne rappresenta anche limiti e criticità.

Va trovato, e non è difficile, un punto di equilibrio tra “il campanile” (il senso positivo di appartenenza ad una Comunità per piccola che sia) e “il campanilismo” (la dimensione negativa del principio di cui sopra) per cui tutti i Comuni devono avere la scuola, la piscina, il campo da calcio, l’ ufficio tecnico, l’ufficio paghe, i vigili ecc.ecc. Ci abbiamo provato nel 1996 (politicamente 1000 anni fa) quando la Giunta provinciale di cui facevo parte varò un disegno di legge che, depotenziando il centralismo della PAT, consentisse ai Comuni di aggregarsi, secondo uno schema che definimmo “a geometria variabile” per gestire i diversi servizi intercomunali (acqua, rifiuti, uffici tecnici, personale ecc.) e/o di unirsi (leggi Val di Ledro) nei casi in cui ci fossero le condizioni politiche per dare vita ad un solo Comune.

La proposta di quella Giunta non vide mai la luce e, nonostante siano passati 5 anni dalla legge istitutiva delle Comunità di Valle, non si è risolto il problema. I Comuni ci sono ancora tutti, o quasi; la P.A.T. mantiene salde competenze e personale mentre, le Comunità di Valle sono inutili o, nella migliore delle ipotesi, devono essere messe in grado di funzionare: il come non lo dice nessuno. Se poi a dirci che vanno messe in grado di funzionare sono gli stessi che almeno da 5 anni dovrebbero farle funzionare (i politici) è allora chiaro che non funzioneranno mai.

La parola fine è giusto la mettano i cittadini e se il referendum è, come certamente è, strumentale ai giochi politici a noi cittadini non può e non deve interessare. Lasciamo alla incoerenza della politica e dei suoi rappresentanti il problema di risolvere i problemi della politica e proviamo noi, con il nostro voto, a risolvere i problemi concreti, decidendo così del nostro futuro. Lo si è già fatto con molti altri referendum (dal divorzio al nucleare) e sta a noi provarci anche questa volta mentre ai partiti che appoggiano le Comunità di valle, sostenendo o agevolando l’astensionismo, vorrei dire che è frutto di un vecchio paternalismo e di una vecchia pessima politica approfittare del fatto che molti cittadini non vanno a votare per tenere in piedi un ente che sanno perfettamente non troverebbe mai alcuna legittimazione popolare.

Mauro Bondi

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