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La farina d'oro di Storo




01.04.2016, di Marco Salvaterra (letto 1296 volte)

La farina d'oro di Storo

Il recupero delle antiche varietà e delle razze autoctone, la tutela della biodiversità in agricoltura, la salvaguardia delle produzioni tipiche sono oggi argomenti di uso comune, ma fino a non molto tempo fa erano di pochi, essendo i più travolti dal moderno, dalle varietà selezionate, dalla massima produttività.

La coltivazione del mais in Trentino
Il mais (Zea mays L.) è una specie di origine americana. Questo cereale ha accompagnato la nascita e lo sviluppo delle civiltà precolombiane del Centro e Sud America, analogamente a quanto è successo con il riso per l’Estremo Oriente e con il frumento per il Vicino Oriente. Dopo la scoperta dell’America arrivò subito in Europa ma la diffusione nel Vecchio Continente fu piuttosto lenta e per alcuni decenni il mais rimase una curiosità botanica.
Il nome mais deriva dalla parola mahiz con la quale gli indigeni incontrati da Cristoforo Colombo chiamavano questa pianta. Il nome granoturco ha origine nel Cinquecento; in quel periodo turco aveva il significato di straniero. Già nella prima metà del XVI secolo il mais si coltivava in Spagna, soprattutto in Andalusia. Si diffuse poi in Portogallo e nel sud-ovest della Francia e, verso la metà dello stesso secolo, la nuova coltura arrivò nell’Italia del nord. La fortuna del mais in Italia è legata alla Repubblica di Venezia e al suo declino come potenza marittima e commerciale. Venezia, dopo la scoperta dell’America, si interessò maggiormente alla terraferma e, attraverso bonifiche e messa a coltura di nuove terre, favorì la diffusione di nuove coltivazioni, tra le quali il mais che ben presto si espanse in tutte le province venete.
Il granoturco giunse in Trentino nel XVII secolo, sicuramente dal Veneto. La sua coltivazione si diffuse lentamente nelle zone di montagna, sostituendo altri cereali coltivati da tempi remoti (frumento, segale, avena, miglio). La maggiore espansione si ebbe negli ultimi decenni dell’Ottocento, un po’ in tutte le valli del Trentino, esclusa la val di Fassa, e la sua coltivazione era praticata a diverse altitudini, sino ai 1000 metri, anche in situazioni che ne rendevano difficile la maturazione. Nel corso dei secoli sono nate numerose varietà adatte ai molti ambienti di coltivazione: varietà, o meglio ecotipi, derivati dal lavoro selettivo congiunto dell’uomo e dell’ambiente. Il prodotto alimentare derivato dal mais, la polenta, diventò parte importante, se non esclusiva, della dieta alimentare (con una tendenza alla monofagia maidica, soprattutto nelle classi più povere della popolazione contadina, con conseguente comparsa della pellagra).
La diffusione di questa coltivazione in Trentino ha subito una forte contrazione già nel Primo dopoguerra. Alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso, l’esodo dall’agricoltura, la specializzazione produttiva delle aziende, i mutamenti delle abitudini alimentari hanno portato ad una ulteriore riduzione, fin quasi alla scomparsa, delle varietà tradizionali di mais e del loro impiego nell’alimentazione umana. In parallelo si è sviluppata la coltivazione di mais ibridi ad uso zootecnico per la produzione di insilato. Nella bassa Valle del Chiese (Trentino occidentale) e precisamente nella zona di Storo, da secoli si coltivava una varietà locale di granoturco. Nel Secondo dopoguerra la diffusione dell’industria in questa zona ha impedito la specializzazione dell’agricoltura che invece si è registrata nelle altre valli trentine, favorendo il mantenimento, fino ad anni recenti, di un’agricoltura tradizionale che doveva soddisfare solo esigenze di autoconsumo.

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