Luigi Olivieri ricorda Bruno Detassis

di Luigi Olivieri

37 a Targa d’Argento – Premio Internazionale della Solidarietà Alpina di Pinzolo

Pinzolo (TN), 20 settembre 2008



Quest’anno, qui a Pinzolo, al Premio Internazionale della Solidarietà Alpina, siamo sicuramente più poveri: per la prima volta, dopo tanti anni, il Re del Brenta non è fisicamente con noi.

Bruno Detassis, scomparso lo scorso 8 maggio a 98 anni a Madonna di Campiglio, non è stato solo il Signore delle Dolomiti o delle montagne trentine – secondo altri appellativi con i quali era conosciuto – ma un autentico gigante dell’alpinismo mondiale, e uno dei più grandi di sempre.

Sestogradista, guida alpina, soccorritore, gestore di rifugio, maestro di sci e d’alpinismo, Bruno Detassis ha incarnato in sé le due anime dell’uomo di montagna: quella dell’alpinista, che divenne a soli 12 anni quando cominciò ad arrampicare, e quella di guida, che divenne a 25 anni. Da alcuni viene considerato addirittura il più forte arrampicatore libero del periodo compreso tra le due guerre; quel che è certo è che fu un vero e proprio artista dell’arrampicata libera, autore di capolavori assoluti senza fare mai ricorso alle staffe e utilizzando i chiodi piantati solo in casi di estrema necessità.

D’altronde, il rispetto per la montagna fu davvero uno degli imperativi categorici di Detassis, insieme al senso del limite. Il motto che scelse per sé fu Rupes manu cordeque domo, come a dire che si sale sulle cime con l’aiuto delle mani, ma con l’anima rivolta verso casa. Come abbiamo ricordato di recente sulla rivista dell’ente pubblico di ricerca che ho l’onore di presiedere come Commissario Straordinario – l’EIM, l’Ente Italiano della Montagna, Bruno Detassis amava ripetere: «In montagna la vera vittoria è tornare» e «io dove potevo arrampicavo e dove non potevo mi fermavo… Lasciavo il posto agli altri».

Detassis amava le montagne, ma non amava gli esibizionismi e i pericoli inutili. Così come detestava le luci della ribalta: refrattario a complimenti, premi, onorificenze e medaglie, ricevette tuttavia diversi riconoscimenti, tra i quali non poteva naturalmente mancare la Targa d’Argento del Premio Internazionale della Solidarietà Alpina, che Detassis ricevette nel 1982.

La solidarietà è, infatti, una delle parole chiave della sua personalità: solidarietà che Bruno Detassis praticò ampiamente nei confronti dei compagni di prigionia quando finì deportato in Germania nel 1943, e di cui dette sempre prova anche da gestore del rifugio Maria e Alberto ai Brentei (attività che svolse a partire dal 1949 e che fu poi condotta dal figlio Claudio), applicandosi con dedizione al soccorso alpino, di cui fu uno degli antesignani. Spiegava che ai suoi tempi, nonostante la mancanza dei telefonini e delle tecnologie moderne, la sicurezza funzionava, perché «era una rete, molto bene organizzata. Di persone, di luoghi e di azioni. Ognuno era pronto a correre e a fare la sua parte ogni volta che si verificava un incidente. Qualsiasi cosa stavi facendo, mollavi tutto e andavi ad aiutare chi ne aveva bisogno». Lo spirito di solidarietà, così come l’amore per la montagna, era stato trasmesso al giovane Bruno e ai suoi fratelli, soprattutto Catullo, che lo accompagnò in diverse imprese, dal padre Toni Detassis, una delle figure di spicco del socialismo e del sindacalismo trentino, amico di Cesare Battisti. 

Con le sue oltre cento ascensioni al Campanile Basso e le oltre duecento vie nuove aperte nelle Dolomiti, Bruno Detassis ha fornito degli esempi insuperabili a tutti gli amanti della montagna, esercitando un magistero incomparabile di tecnica e di vita. Da persona umile e schiva – come è per lo più la gente di montagna – più che nella qualifica di maestro, si riconosceva forse più facilmente in quella di operaio. Operaio come il padre e come fu lui stesso in gioventù, in fonderia. Operaio nel senso di creatore e artefice del proprio destino. Operaio come testimone attivo dei più alti ideali della solidarietà, della fratellanza e della pace.

Sono questi gli uomini veri della montagna italiana; sono questi i veri esempi di cui il nostro Paese ha più che mai bisogno.

Ciao Bruno.

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