Chi legge non capisce. Ma c’è anche chi non legge proprio

di Udalrico Gottardi

Chi legge non capisce. Ma c’è anche chi non legge proprio

Riflessioni di un giornalista, di un presidente di associazione e di un ex insegnante

Viviamo nell’epoca della comunicazione continua. Ogni giorno riceviamo messaggi, e-mail, notifiche, avvisi, articoli, post sui social. Siamo immersi nelle informazioni come mai era accaduto nella storia dell’umanità. Eppure, paradossalmente, sembra che sempre meno persone leggano davvero.
Non parlo della grande letteratura o dei saggi impegnativi. Parlo delle cose più semplici: una mail ricevuta sul telefono, un avviso affisso su una bacheca, un articolo di giornale, una comunicazione dell’associazione, una notizia pubblicata sul web.
Quante volte ci sentiamo rispondere: «Sì, l’ho vista, ma non l’ho letta».
L’ho vista. Ma non l’ho letta. Una frase che, a pensarci bene, racconta molto del nostro tempo.
Ripensandoci, mi torna spesso alla mente una distinzione che facevo ai miei alunni quando insegnavo.
Dicevo loro che esistono tre verbi apparentemente simili: vedere, guardare e osservare.
Vedere è l’atto più immediato: gli occhi registrano ciò che hanno davanti.
Guardare è già qualcosa di più: significa fermarsi per qualche istante su ciò che si vede.
Osservare, invece, richiede attenzione, curiosità e comprensione. Significa andare oltre la superficie per cogliere il significato di ciò che abbiamo davanti.
Forse oggi molte persone vedono. Alcune guardano. Poche osservano davvero.
Da giornalista ho sempre creduto nell’importanza di informare. Quando organizzo un evento, quando scrivo un articolo o preparo un comunicato, mi impegno affinché la notizia arrivi alle persone: sul giornale, sui social, nelle newsletter, nei siti internet. Poi però incontri qualcuno che ti dice: «Ah, non lo sapevo…» oppure «Nessuno me l’aveva detto».
E dentro di te pensi: era scritto ovunque.
Ma forse il problema non è che le informazioni non arrivano. Il problema è che spesso si fermano davanti agli occhi senza entrare davvero nella mente.
Molti leggono soltanto il titolo. Altri nemmeno quello. Alcuni immaginano il contenuto e lo sostituiscono con la propria interpretazione.
Mi è successo proprio in questi giorni. Come presidente di un’associazione di volontariato sociale ho affisso un avviso molto semplice. In grande era scritto: “Chiusura estiva della sede”.
Subito sotto, però, si spiegava chiaramente che la chiusura riguardava soltanto l’apertura settimanale della sede e che, per qualsiasi necessità, le persone avrebbero potuto telefonare in ogni momento al numero indicato.
Eppure la maggior parte delle persone si è fermata alla prima riga.
«Allora chiudete?» «E le persone fragili come fanno?» «Non sarete più operativi?»
Domande comprensibili, certo. Ma tutte trovavano già risposta nel cartello stesso.
Bastava leggere due righe in più.
E pensare che quel cartello non era nemmeno il classico foglio bianco pieno di scritte. Avevo cercato di renderlo accattivante, con richiami all’estate, qualche elemento grafico e una veste più gradevole proprio per attirare l’attenzione delle persone.
E in effetti molti si sono fermati a guardarlo. Il problema è che spesso si sono fermati lì: a guardarlo.
Hanno visto il titolo, hanno notato i colori, ma non hanno letto il contenuto. Così un avviso che spiegava come continuare a contattare l’associazione si è trasformato, nell’immaginazione di qualcuno, nell’annuncio di una chiusura totale.
Forse oggi non manca il tempo per leggere. Mancano la pazienza e l’attenzione. Siamo abituati a consumare informazioni velocemente, a scorrere schermate, a fermarci alle parole più grandi, ai titoli più evidenti, alle immagini più vistose.
Il risultato è che spesso non comprendiamo ciò che abbiamo davanti agli occhi.
E allora il problema non è soltanto chi legge e non capisce.
Il problema, qualche volta, è chi non legge affatto. Leggere richiede pochi secondi. Comprendere richiede qualche secondo in più. Ma sono secondi preziosi, perché evitano equivoci, malintesi e giudizi affrettati.
Forse dovremmo tutti recuperare il gusto della lettura lenta. Quella che non si ferma al titolo, che non corre subito alle conclusioni e che lascia alle parole il tempo di raccontare ciò che vogliono davvero dire.
Perché, in fondo, la differenza tra sapere e credere di sapere sta spesso in una semplice riga che non abbiamo letto.
E forse è proprio qui che nasce gran parte degli equivoci del nostro tempo. Non perché manchino le informazioni, ma perché troppo spesso ci fermiamo al primo sguardo, senza concederci il tempo di osservare e comprendere.
Perché il problema non è che la gente non vede. Il problema è che sempre più spesso vede senza guardare e guarda senza osservare.