L’orso bruno sulle Alpi del Trentino: per sopravvivere occorre migrare

di Repubblica.it

L’orso bruno sulle Alpi del Trentino: per sopravvivere occorre migrare

La storia di una convivenza non facile ma quasi ventennale tra l’uomo e l’orso, in un territorio naturale unico e fortemente antropizzato: il Trentino Occidentale. Una popolazione di plantigradi che adesso è di 40-50 esemplari

di MARCO ANGELILLO

QUESTA è la storia di una convivenza quasi ventennale tra l’uomo e l’orso, in un territorio naturale unico e fortemente antropizzato: il Trentino Occidentale. È una storia di convivenza tra diversi, dunque una storia non facile. L’homo sapiens, d’altronde, fa fatica anche a convivere con individui della sua stessa specie. L’uomo da una parte, anzi ovunque, con le sue esigenze di libertà, sicurezza, dominio assoluto sugli eventi e sulla natura; l’orso, dall’altra, il grande predatore europeo, praticamente scomparso dalle Alpi, reintrodotto grazie a uno dei più importanti progetti naturalistici italiani ed europei. Un successo, dal punto di vista biologico. Una sfida culturale e sociale ancora tutta da giocare.

Life Ursus. L’orso bruno, in realtà, non è mai scomparso dal Trentino, unica zona delle Alpi a poter vantare una continuità plurisecolare della sua presenza. Il regime di protezione, istituito a partire dal 1939, non ha però scongiurato il rischio estinzione. La persecuzione diretta da parte dell’uomo e, in misura minore, le modificazioni ambientali intervenute negli ultimi due secoli, hanno ridotto l’originaria popolazione a soli tre-quattro esemplari confinati nel Brenta nord-orientale: gli ultimi grandi plantigradi delle Alpi. Era la fine degli anni Novanta del Novecento quando qualcuno pensò e mise in atto il progetto Life Ursus, cofinanziato dall’Unione Europea. Tra il 1999 e il 2002 vennero rilasciati 10 orsi (3 maschi e 7 femmine) provenienti dalla Slovenia, che hanno originato la popolazione attuale di 40-50 esemplari.

Detta così sembra un’operazione facile, ma favorire l’insediamento, la riproduzione e l’aumento della popolazione di un predatore così grande in valli che lo ospitavano storicamente, ma che accolgono anche centinaia di paesi, non è stata un’impresa da poco. C’è voluto l’impegno costante e continuativo della più estesa area protetta del Trentino (il parco naturale Adamello-Brenta), della Provincia autonoma e dell’Ispra, per avviare e proseguire il progetto. E l’orso si è insediato, ambientandosi bene nei boschi di latifoglie, nelle peccete, nei lariceti; tra il ghiacciaio Adamello-Presanella, uno dei più grandi d’Europa, e le rocce calcaree delle Dolomiti di Brenta. Qui ha trovato il suo habitat, le sue tane invernali, il cibo per sopravvivere e da qui sta espandendo il suo territorio di caccia: gli spostamenti accertati hanno interessato province e Stati limitrofi. Esemplari trentini sono stati avvistati in provincia di Bolzano, sull’Altopiano di Asiago, nel Bergamasco, a Tremosine sul lago di Garda, sul Monte Baldo veronese, in Austria, Svizzera e Germania. Sono soprattutto i maschi a spostarsi moltissimo: si stimano home range medi di oltre 2.000 chilometri quadrati. Al contrario di lupi e linci gli orsi non sono animali territoriali: migrano stagionalmente. Come l’orso che dal Bellunese è arrivato nella zona del Brenta nella stagione degli amori. Altri casi confermano, tragicamente, l’assunto: sono quelli dei tre orsi trentini abbattuti in Germania (2006) e in Svizzera (2008 e 2013).

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Mamma orsa con cucciolo (foto C. Frapporti. Archivio Servizio foreste e fauna – Provincia di Trento)