Il Trentino e la sua storica italianità. Dati, non narrazioni

Il Trentino e la sua storica italianità. Dati, non narrazioni

Di Alessandro Mosca – insegnante trentino di filosofia e storia, presidente della sezione di Brescia dell’Associazione Mazziniana Italiana

Esiste nell’essere umano una tendenza naturale a ricordare il passato meglio di com’era davvero, a provare nostalgia per periodi storici che non la meritano. Alcuni trentini esprimono bene questo stato d’animo quando parlano positivamente del periodo asburgico della nostra provincia. In particolare, la nostalgia filoaustriaca si fonda su due concetti: 1. Il Trentino non era una terra italiana fino alla conclusione della Prima guerra mondiale; 2. L’unificazione del Trentino con il resto d’Italia è stato un fatto negativo. Fortunatamente queste idee sono condivise da una minoranza della popolazione, ma sono abbastanza presenti e vengono diffuse da certi movimenti politici e culturali. Al di là delle intenzioni dell’autore, l’articolo del Segretario Giovani PATT Luca Campidelli, pubblicato il 16/07/26 su Campane di Pinzolo, ha dei contenuti che potrebbero alimentare tale nostalgia. Anche per questo è opportuno cercare di fare un po’ di chiarezza sul tema.

L’obiettivo di questo articolo è opporsi ai sentimenti filoasburgici, cioè argomentare con dati storici che: 1. Il Trentino già nell’Ottocento aveva un’identità fondamentalmente italiana; 2. L’annessione all’Italia è stata positiva per il Trentino.

Va premesso che qui non si intende in alcun modo promuovere un nazionalismo autoritario e imperialista, per esempio favorevole all’italianizzazione del Sudtirolo, perché c’è una differenza abissale tra nazionalismo e patriottismo (come Cesare Battisti mostra benissimo). E non significa nemmeno difendere un concetto di nazione fondato sul sangue: è evidente che le nazioni sono comunità unite da un sentimento d’appartenenza e da una cultura, non dalla genetica.

 

Alla luce di ciò, si può dire che il Trentino già nell’Ottocento manifestava una chiara italianità, un’anima latina motivata innanzitutto dalla secolare somiglianza culturale e linguistica con il resto della Penisola, ereditata dalla presenza romana. Per tutto il secolo la nostra provincia ha vissuto con insofferenza il dominio austriaco cercando costantemente di guadagnare maggiore libertà e avvicinarsi al mondo latino. Diversi fatti lo mostrano, qui è utile citarne alcuni.

Nel corso dell’Ottocento i rappresentanti politici trentini hanno inviato all’Impero numerose richieste di autonomia, di separare formalmente la parte di lingua italiana da quella tedescofona. Queste domande istituzionali e pacifiche, sempre ignorate, spesso chiedevano esplicitamente di unire il Trentino con gli altri territori italiani dell’Impero. Guardando a contesti analoghi nel corso nella storia europea e non solo, si può dire che erano i primi passi di un percorso che col tempo avrebbe portato alla richiesta di una totale indipendenza, anche se in quel periodo non era ancora rivendicata dai rappresentanti trentini. Di fronte al disinteresse austriaco, gli abitanti della provincia protestarono in diverse maniere. Nel 1859 Trento rifiutò di sottoscrivere una dichiarazione di fedeltà all’imperatore. Dal 1860 al 1864 i trentini attuarono un’astensione di massa dalle elezioni politiche: sommando i territori di Trento, Rovereto, Riva, Pergine, Levico, Borgo di Valsugana e Strigno votarono meno di 200 elettori, la maggioranza dei quali erano impiegati pubblici.

Questo non stupisce se si considera che nella Contea del Tirolo l’associazionismo era nettamente diviso tra società tedesche e società trentine, con queste ultime caratterizzate da un’anima irredentista (cioè desiderosa di rafforzare il legame tra la provincia e l’Italia), come la SAT fondata nel 1872 a Campiglio. Un altro fatto emblematico della volontà trentina è la costruzione dell’imponente monumento a Dante Alighieri nel capoluogo, ultimato nel 1896. Il Poeta, all’epoca come oggi, non era solo il simbolo della nostra lingua ma dell’Italia in sé. L’impero, più di vent’anni prima dell’annessione, dovette concedere la costruzione della statua per non dare forza alla parte più radicale dell’irredentismo.

Il Trentino non affermò la sua identità soltanto con richieste di autonomia sostenute anche dagli irredentisti moderati e gradualisti (rivendicazioni che col tempo si sarebbero progressivamente intensificate). L’irredentismo coinvolse decine di migliaia di trentini, soprattutto i borghesi dei centri urbani, ma anche lavoratori, preti, nobili e contadini delle valli: una parte minoritaria del movimento era radicale e agiva per l’immediata unificazione con il resto della Penisola. Gli esempi sono molti. Nel 1848, dopo una rivolta antiaustriaca con assalti agli uffici pubblici e barricate nelle strade, si formò un comitato rivoluzionario che chiese alla Lombardia (dopo le Cinque giornate di Milano) di mandare un esercito di volontari per contribuire alla liberazione della provincia. Nel corso del Risorgimento sono documentati centinaia di trentini che agirono come cospiratori o combatterono come volontari nelle guerre d’indipendenza, animati dal motto “Ripassin l’Alpi e tornerem fratelli”: si pensi per esempio alla Legione Trentina presente a Novara nel 1849, ai 16 trentini partiti con i Mille di Garibaldi, o ai quasi trecento volontari nella Terza guerra d’indipendenza del 1866.

L’apice dell’irredentismo si vide nella Prima guerra mondiale quando coinvolse migliaia di trentini: una parte di patrioti fu arrestata dagli austriaci durante il conflitto (si pensi alle 1.700 persone che vennero rinchiuse nel campo di concentramento di Katzenau perché viste con sospetto), un’altra decise volontariamente di combattere per lo stato italiano. Attualmente sono documentati 877 volontari. Va considerato che fino a maggio 1915 l’Italia era alleata all’Austria (nonostante quest’ultima avesse violato più volte il trattato), quindi molti non sconfinarono per timore di essere rimandati indietro.

Al di là degli irredentismi, la Grande Guerra è davvero rivelatrice. Gli austriaci non si fidavano della lealtà dei soldati trentini arruolati nell’esercito asburgico, erano convinti che questi non avrebbero combattuto bene contro lo stato italiano, per esempio facendo diserzioni di massa. Per questo mandarono la stragrande maggioranza dei trentini a combattere sul fronte orientale. I tirolesi invece venivano utilizzati contro l’esercito italiano perché decisamente più sfavorevoli alla vittoria di quest’ultimo. La netta minoranza di soldati trentini impiegati sul fronte meridionale era divisa in piccoli gruppi non autonomi, molto sorvegliata e spesso impiegata in attività secondarie come servizi di retrovia.

Un’altra conferma di quanto si sta dicendo si ha proprio al termine della guerra. La popolazione della provincia non ha considerato l’annessione allo stato italiano come la conquista di un invasore, non ha sviluppato un atteggiamento rivoltoso e indipendentista, cosa che succede tipicamente quando si è vittima di un popolo percepito come straniero (si pensi per esempio a come i corsi hanno reagito all’occupazione francese); infatti, le successive richieste trentine di avere maggiore autonomia, soddisfatte poi dallo stato italiano, non erano secessioniste. Il Sudtirolo, che invece ha una cultura tedesca (meritevole di essere difesa), non ha accettato pacificamente l’annessione come il Trentino: per tutto il Novecento ha reagito in modo più combattivo arrivando anche a effettuare attentati che hanno ucciso dei rappresentanti dello stato. Ci sono motivi per pensare che l’attuale unione tra Trentino e Alto Adige non sia motivata dalla presenza di una superiore identità tirolese, ma dalla volontà italiana di non lasciare la provincia tedesca formalmente separata dal resto del Paese facilitando eventuali processi indipendentisti, secondo una logica simile a quella adottata dallo stesso Impero austriaco.

Quanto detto finora non vuole arrivare alla conclusione che il Trentino fosse un territorio pienamente italiano (la sua compiuta italianizzazione, come quella dell’intera Penisola, è avvenuta solo nel Novecento). Una grande parte degli abitanti, composta soprattutto da contadini, non si sentiva italiana, e nemmeno sosteneva attivamente l’autonomia dal Tirolo o l’indipendenza dall’Austria. Un fatto che si spiega almeno per due ragioni, considerando che la provincia era soprattutto agricola. I contadini in quel periodo storico non erano istruiti, quindi spesso non avevano una consapevolezza politico-culturale ed erano sostanzialmente indifferenti alla questione nazionale (oltre che a quella democratica). Un’altra ragione è che tantissimi trentini delle valli avevano effettivamente un senso d’appartenenza all’Impero austriaco.

Questo è un dato incontestabile. Però non può essere preso come una prova che il Trentino non avesse un’identità fondamentalmente italiana. Perché anche chi non si sentiva innanzitutto italiano aveva una secolare somiglianza culturale e linguistica con la Penisola. Le persone con un sentimento asburgico, se lasciate libere dall’influenza dell’Impero, si sarebbero sentite naturalmente più legate all’Italia che all’Austria, dato che la comunanza linguistica è decisiva nella formazione del senso d’appartenenza. L’attaccamento all’Impero non era spontaneo, derivava dall’esterno, dall’azione delle istituzioni straniere.

Inoltre, una grande parte della popolazione si considerava italiana: non solo la borghesia, ma anche   moltissimi altri in tutto il territorio e in tutti i ceti sociali. Non a caso le persone che conoscevano meglio le caratteristiche della provincia, cioè la sua storia e le discriminazioni che subiva da Vienna, erano generalmente autonomiste o irredentiste.

Il punto è che se non si ammette la storica italianità del Trentino i dati riportati in questo articolo, come tanti altri che non c’è tempo di richiamare, sono inspiegabili.

 

Il secondo concetto da rimarcare è che il Trentino non era felice sotto il dominio austriaco. La nostra provincia era in una condizione di sostanziale sottomissione, priva del riconoscimento di numerosi diritti. I trentini sono sempre stati sottorappresentati nella Dieta provinciale tirolese fino alla fine della Guerra, nonostante dei parziali miglioramenti da questo punto di vista (a inizio Ottocento, al Trentino erano concessi 7 seggi su 52, nonostante avesse 320.000 abitanti e il Tirolo 400.000). La nostra provincia subì innumerevoli episodi di repressione, come l’arresto e la condanna a morte di attivisti politici, la censura di giornali e la chiusura di associazioni, tra cui la SAT che fu rifondata nel 1876. Un esempio emblematico di discriminazione fu il costante rifiuto austriaco di realizzare un’università di lingua italiana, cosa che impediva agli italofoni di accedere alle cariche sociali più remunerative e influenti; esisteva soltanto un corso di giurisprudenza in italiano a Innsbruck, utile a formare burocrati.

Questo si spiega anche perché gran parte della popolazione tedesca considerava i latini come inferiori, come degli indisciplinati fannulloni spesso denominati “mangiapolenta”. Si tratta di una dinamica che portava molti intellettuali e politici tedeschi, anche tirolesi, a sostenere l’utilità di tedeschizzare il Trentino. Trasformare culturalmente la provincia avrebbe comportato enormi violenze fisiche e psicologiche dato il naturale attaccamento che tutti i popoli hanno per la propria identità.

Al di là degli aspetti più spirituali, l’economia segnala bene la condizione dell’epoca. Il Trentino ha sempre pagato molte più tasse di quanto riceveva indietro in investimenti e servizi, e pagava più tasse in proporzione a tirolesi e austriaci. Si possono fare alcuni esempi. Dopo le grandi alluvioni del 1882 che colpirono il Trentino almeno quanto il Tirolo, il primo aveva ricevuto circa 1 milione di fiorini mentre il secondo più di 5 milioni e mezzo. Nel 1886 il Consiglio scolastico della Dieta di Innsbruck elargì 8000 fiorini al Trentino e 38.000 al Tirolo. Nel 1898 il bilancio tirolese registrava entrate dal Trentino per 571.000 fiorini e uscite verso la stessa zona per 537.000 fiorini. A fine Ottocento fu istituito un fondo per la costruzione delle strade di 200.000 fiorini: il Trentino ne versò 60.000 e ne ricevette 5000, mentre 195.000 andarono al Tirolo. Gli ospedali nel territorio italofono erano nettamente meno finanziati di quelli nelle zone più settentrionali. Tutto questo contribuiva a una situazione tragica per cui si moriva di fame, tanto che dal 1870 al 1900 emigrarono 35.000 persone.

Insomma, la nostra provincia era a tutti gli effetti sotto un dominio imperiale, in cui una nazione ne controllava un’altra negandole libertà politiche e sociali, guardandola con atteggiamento razzista e gestendone l’economia secondo i propri interessi. Si tratta di aspetti simili a quelli che si riscontrano in innumerevoli imperi della storia, come quello russo, giapponese o francese. Tantissimi trentini ne erano consapevoli e manifestavano il loro desiderio di libertà.

Una libertà che fortunatamente iniziò ad arrivare dopo la Prima guerra mondiale e soprattutto alla fine della Seconda. Grazie all’unificazione italiana, i trentini hanno acquisito un regime democratico (seppur non perfetto) con libertà per tutti. Sono stati accolti in un Paese composto da persone con cui hanno un rapporto alla pari, guardati con rispetto. E hanno raggiunto un benessere economico impensabile prima, una qualità della vita tra le migliori del mondo.

Sì, il Trentino oggi fonda la propria forza sull’Autonomia. Ma anche sull’unione con uno Stato di sessanta milioni di cittadini pronto a soccorrerlo e difenderlo nel momento del bisogno. Un’unione che gli permette di avere una voce più ascoltata nel mondo, e non essere una piccola regione facilmente minacciabile dalle potenze esterne. La convenienza di essere uniti con l’intera Penisola, commerciando liberamente con essa e acquisendo direttamente le materie prime che arrivano dal Mediterraneo, è inquantificabile. Per non parlare del privilegio di far parte di una storia millenaria, di una comunità che per secoli ha donato all’umanità bellezza e progresso in tutti gli ambiti sociali. Nonostante i suoi mille difetti e la crisi che sta attraversando, anche in Trentino l’affetto per l’Italia cresce da decenni e continuerà a farlo.

Amare il Trentino significa smettere di alimentare le divisioni. Riconoscere che le identità nazionali esistono (basta guardare le competizioni sportive) e che il Trentino ne ha una chiara: quella italiana. Per questo bisogna onorare figure come Cesare Battisti. Un uomo che ha proseguito lo sforzo di migliaia e migliaia di patrioti trentini. Un uomo di un’umanità straordinaria che ha passato la vita difendendo i lavoratori e i contadini, e desiderando la libertà di tutti i popoli, non solo del proprio. Un uomo che ha dato la vita per la nostra libertà.

 

Fonti principali:

Mario Garbari, Andrea Leonardi, a cura di, Storia del Trentino. Vol. 5: L’età contemporanea 1803-1918, Il Mulino, Bologna 2003

Stefano Biguzzi, Cesare Battisti, Utet, Torino 2008