Ancora sull’italianità del Trentino: altri dati in risposta a una critica
Il 23/7/2026 su Campane di Pinzolo è stato pubblicato un articolo di Stefano Gilardi (Il Trentino e la storia: quando le fonti raccontano una realtà più complessa), scritto in risposta a un mio precedente intervento sull’italianità del Trentino pubblicato il 20 luglio. Vorrei rispondere rapidamente a tale articolo considerando alcuni suoi aspetti e portando nuovi argomenti. Sorvolo sui più o meno velati giudizi personali nei miei confronti, come l’accusa di ‘fare propaganda’, seguire delle posizioni solo perché ‘comode’ o voler dire presuntuosamente ai trentini ‘quale memoria siano autorizzati ad avere’. A osservazioni così non è opportuno nemmeno rispondere.
Ciò su cui vorrei soffermarmi è altro. L’autore della risposta mi attribuisce una tesi che non ho affermato, costruendo su questa attribuzione tutto il suo testo. Egli dice indirettamente che io ho sostenuto i seguenti concetti riguardo alla popolazione trentina sotto l’Impero asburgico: il Trentino era una “comunità uniforme”, “riconducibile a una sola identità [italiana]”; il Trentino era abitato da “un’intera popolazione […] semplicemente in attesa dell’arrivo dell’Italia”, e gli italiani sono stati accolti con un “entusiasmo unanime”.
Si tratta evidentemente di un’imprecisione perché nel mio articolo si afferma qualcosa di diverso. Innanzitutto, non si nega che il Trentino avesse una propria identità specifica, e non si sostiene in alcun modo che i trentini fossero tutti irredentisti. In sostanza, lì dico che la nostra provincia era una terra fondamentalmente italiana, cioè più latina che austriaco-tirolese, non che fosse compiutamente italiana. Cito la parte in cui parlo di questo aspetto, trascurata dall’autore della critica:
«Quanto detto finora non vuole arrivare alla conclusione che il Trentino fosse un territorio pienamente italiano (la sua compiuta italianizzazione, come quella dell’intera Penisola, è avvenuta solo nel Novecento). Una grande parte degli abitanti, composta soprattutto da contadini, non si sentiva italiana, e nemmeno sosteneva attivamente l’autonomia dal Tirolo o l’indipendenza dall’Austria. Un fatto che si spiega almeno per due ragioni, considerando che la provincia era soprattutto agricola. I contadini in quel periodo storico non erano istruiti, quindi spesso non avevano una consapevolezza politico-culturale ed erano sostanzialmente indifferenti alla questione nazionale (oltre che a quella democratica). Un’altra ragione è che tantissimi trentini delle valli avevano effettivamente un senso d’appartenenza all’Impero austriaco”.
In seguito, l’autore porta alcune fonti con l’intenzione (più che legittima) di negare l’idea che il Trentino fosse soprattutto italiano. Ora vorrei analizzare singolarmente quelle fonti per argomentare ancora a favore dell’italianità del territorio. Cioè vorrei fare qualcosa che l’autore della risposta non ha fatto con le mie argomentazioni, dato che le ha in gran parte ignorate.
La prima fonte sono le parole di “Nonna Zelina”, un’anziana trentina che afferma di sentirsi austriaca. Io ho il massimo rispetto per queste persone, anche perché mio bisnonno era uno di loro. Al di là di ciò, come già detto nel mio articolo precedente, questi casi a parer mio non negano che il Trentino fosse innanzitutto italiano. Riporto ancora le mie parole esatte:
«Questo è un dato incontestabile [cioè quanto ammesso nella citazione precedente, che moltissimi come Nonna Zelina si sentivano austriaci]. Però non può essere preso come una prova che il Trentino non avesse un’identità fondamentalmente italiana. Perché anche chi non si sentiva innanzitutto italiano aveva una secolare somiglianza culturale e linguistica con la Penisola. Le persone con un sentimento asburgico, se lasciate libere dall’influenza dell’Impero, si sarebbero sentite naturalmente più legate all’Italia che all’Austria, dato che la comunanza linguistica è decisiva nella formazione del senso d’appartenenza. L’attaccamento all’Impero non era spontaneo, derivava dall’esterno, dall’azione delle istituzioni straniere.
Inoltre, una grande parte della popolazione si considerava italiana: non solo la borghesia, ma anche moltissimi altri in tutto il territorio e in tutti i ceti sociali. Non a caso le persone che conoscevano meglio le caratteristiche della provincia, cioè la sua storia e le discriminazioni che subiva da Vienna, erano generalmente autonomiste o irredentiste.
Il punto è che se non si ammette la storica italianità del Trentino i dati riportati in questo articolo [per esempio il fatto che gli austriaci non si fidassero dei soldati trentini], come tanti altri che non c’è tempo di richiamare, sono inspiegabili».
La seconda fonte è Mussolini. Al di là della chiara falsità per cui non c’erano irredentisti a Trento (il che non stupisce dato che egli era notoriamente un bugiardo), il resto delle sue parole richiama quello che avevo già riconosciuto e trattato nei passaggi appena citati. In ogni caso, la testimonianza di un personaggio storico non è una fonte attendibile e sufficiente in sé: nessuno prenderebbe quello che scriveva Napoleone sulla Francia dell’epoca come una verità incontrovertibile.
La terza fonte è De Gasperi, una sua celebre citazione del 1914 a favore della non-italianità del Trentino: «nel caso di un plebiscito, il 90% dei cittadini avrebbe optato per l’Austria». Il fatto che quelle parole fossero dette da De Gasperi non prova che siano scientificamente vere, che descrivano correttamente la situazione del periodo. Sia per quanto appena detto: quello che dicono i personaggi storici sulla propria epoca non è necessariamente vero, non è esaustivo. Sia perché De Gasperi le disse in via privata all’ambasciatore austriaco Karl von Macchio: non erano tesi scientifiche pubbliche, ma soltanto delle parole utili a realizzare degli obiettivi politici. Quando si fanno trattative politiche l’intenzione principale non è dire la verità.
In particolare, tali parole di De Gasperi possono essere interpretate come una rassicurazione per i tedeschi finalizzata a realizzare almeno due suoi scopi politici: 1. Facilitare la concessione dell’Autonomia al Trentino da parte degli austriaci, i quali non l’avevano mai concessa per timore che il Trentino si avvicinasse ulteriormente all’Italia. 2. Evitare che l’Austria intervenisse militarmente in Trentino in quel periodo di tensioni. Ci sono ottimi motivi per pensare che De Gasperi stesse sostanzialmente rassicurando gli austriaci: dire che i trentini erano fedeli all’Austria era un modo di guadagnare maggiore libertà dagli austriaci stessi ed evitare ripercussioni negative. Quelle parole possono provare il contrario di quello che sembra, cioè che l’Austria temeva la forza dell’irredentismo trentino, e aveva bisogno di rassicurazioni per avere un atteggiamento più pacifico nei suoi confronti. Numerosi storici interpretano tali parole in questo senso, cioè come pura tattica politica; si legga per esempio questo passaggio di un testo del 2014 promosso dalla Fondazione Trentina Alcide De Gasperi, che tratta proprio l’incontro in cui De Gasperi disse quelle parole:
«I […] viaggi che De Gasperi intraprese a Roma nell’autunno del 1914 sono da inserire in questo contesto, che il deputato fronteggiò con una buona dose di “realismo politico”, dote che com’è noto non gli fece mai difetto. In settembre incontrò l’ambasciatore di Vienna a Roma Karl von Macchio, con cui discusse della situazione trentina; entrambi gli interlocutori erano in cerca di rassicurazioni: Macchio della buona disposizione d’animo dei trentini nei riguardi della Corona e delle informazioni che il deputato avrebbe potuto condividere coi suoi contatti vaticani, De Gasperi del carattere circoscritto delle eventuali misure militari che avrebbero interessato la regione nei mesi a seguire».
Tra l’altro, non è opportuno citare le parole di De Gasperi all’ambasciatore prendendole singolarmente, cioè senza considerare quello che De Gasperi disse nell’autunno 1918 al parlamento austriaco, prima della fine della guerra. Egli affermò ripetutamente che il Trentino era italiano e doveva unirsi allo stato della Penisola. Ecco i testi delle due dichiarazioni, una personale e una collettiva redatta insieme agli altri deputati nazionali (si noti la ricorrenza dell’aggettivo “italiano”):
«La popolazione del Trentino si attende dal Trattato di Pace il riconoscimento del principio nazionale e la effettiva applicazione di questo principio per gli italiani [corsivo mio] viventi attualmente in Austria; è convinta che il Governo austro-ungarico, in quanto ha aderito ai 14 Punti di Wilson, abbia già da parte sua riconosciuto questo punto di vista. Nel caso però decidesse per un plebiscito, stiano pur tranquilli il Luogotenente del Tirolo e deputato Schrafl che la stragrande maggioranza della popolazione italiana, se la votazione sarà veramente libera e senza costrizione, approverà senz’altro questo punto di vista, con piena convinzione [corsivo mio]» (11 ottobre 1918).
«Fondandoci sui postulati del Presidente Wilson, riconosciuti ed accettati dalle potenze centrali, dichiariamo che tutti i territori italiani [corsivo mio], finora soggetti alla monarchia austro-ungarica, nessuno eccettuato, li consideriamo come già virtualmente staccati dal suo nesso territoriale; per la qual cosa i deputati italiani hanno punto il compito di entrare in trattative col Governo e coi rappresentanti della nazionalità ancora soggetta all’Austria allo scopo di dare un nuovo assetto allo Stato. Poiché i territori italiani situati entro i presenti confini della monarchia, si devono orami ritenere come virtualmente appartenenti allo Stato italiano [corsivo mio], protestiamo in modo speciale contro il trattamento eccezionale, che, secondo le intenzioni del Governo, si vorrebbe usare alla città di Trieste» (25 ottobre 1918).
Si tratta di dati storici come quelli citati nel mio articolo precedente. Vale la pena ripeterlo: se non si ammette la storica (e imperfetta) italianità trentina sono difficili da spiegare. Chi la nega ha l’onere di trovare altre ragioni che li spieghino, senza limitarsi a ripetere in modo retorico che il Trentino non era (soprattutto) italiano. Se la nostra provincia aveva un’identità a sé stante, perché i soldati trentini sul fronte meridionale (in maggioranza contadini) erano pochi, divisi, sorvegliati e destinati spesso a servizi secondari? Perché i trentini hanno accettato pacificamente l’unificazione e il Sudtirolo no? Perché nei decenni precedenti alla guerra ci furono decine di migliaia di irredentisti, mentre successivamente nessun serio movimento filoaustriaco? Perché Trento nell’Ottocento ha realizzato una maestosa statua di Dante e non di Goethe? Se si troveranno delle ragioni alternative a questi fatti, e a tutti gli altri dello stesso tipo, sarò il primo a negare quanto ho detto finora.
In ogni caso, la questione non è così rilevante. Il Trentino è sempre più legato all’Italia spiritualmente e materialmente. Nelle nuove generazioni la nostalgia austriaco-tirolese si riduce di anno in anno, i trentini attuali si sentono più italiani di quelli novecenteschi (il che non significa rinunciare alla propria preziosissima identità trentina!). Questo è inevitabile, perché ora non c’è più una cappa esterna e la nazionalità secolare si può esprimere liberamente.
Cresciute in un contesto democratico, le nuove generazioni non rimpiangono un Impero che trattava i trentini come un popolo inferiore privandolo delle libertà civili, politiche ed economiche. Sanno che la divisione è debolezza, che l’unità con gli altri concittadini italiani conviene da tutti i punti di vista.
Vale la pena concludere con le parole che Battisti disse poco prima di essere barbaramente ucciso dall’Impero. Parole dette con spirito eroico, umanitario e profetico: «Viva Trento italiana! Viva l’Italia!».
