Ches, 1966: quando la montagna si portò via un paese, ma non la sua memoria

di Udalrico Gottardi

Ches, 1966: quando la montagna si portò via un paese, ma non la sua memoria

Sessant’anni dopo la tragica frana del 4 novembre, Spiazzo ricorda le vittime e una ferita rimasta aperta nella storia della Val Rendena. Sabato 14 novembre una giornata per ricordare, riflettere e imparare dal passato.

Ci sono date che non si cancellano. Rimangono impresse nella memoria delle persone, attraversano le generazioni e continuano a vivere nei racconti di chi c’era. Il 4 novembre 1966 è una di queste. Una data che il Trentino non potrà mai dimenticare.

Ricordo anch’io quel novembre. La pioggia che sembrava non finire mai, i torrenti ingrossati, la paura che cresceva di ora in ora. Anche Trento fu travolta da un’alluvione immane, con l’Adige che uscì dagli argini, sommergendo strade, piazze e abitazioni. Un’intera provincia si ritrovò improvvisamente fragile, impotente davanti alla forza della natura.

Ma in Val Rendena, nella piccola frazione di Ches, sopra Spiazzo, quel venerdì la furia degli elementi assunse il volto di una tragedia destinata a segnare per sempre la comunità. Da giorni pioveva incessantemente. Il terreno, ormai saturo d’acqua, non riusciva più ad assorbirne. I torrenti erano ingrossati e, nel primo pomeriggio di quel tragico 4 novembre, un boato squarciò il silenzio della montagna.

Poi, in pochi, interminabili istanti, la tragedia.

Una gigantesca massa di fango, sassi e alberi precipitò verso l’abitato di Ches, travolgendo case, stalle e tutto ciò che incontrava sul proprio cammino. Gli abitanti si ritrovarono davanti a una devastazione che nessuno avrebbe potuto immaginare.

Tre persone persero la vita: Giovanni e Ines Massari e la loro cugina Annamaria Massari. Tre nomi che non possono essere ridotti a una statistica. Dietro ciascuno di loro c’erano una storia, degli affetti, una famiglia, una quotidianità spezzata all’improvviso.

E infine il silenzio. Quello che rimane quando il fragore della tragedia si spegne e ci si accorge che nulla sarà più come prima.

Ches non sarebbe più stata la stessa. L’antico abitato, profondamente ferito, venne successivamente abbandonato e demolito. Il paese fu ricostruito più in alto, in una posizione ritenuta maggiormente sicura.

Ma un paese non è fatto soltanto di muri, strade e tetti. È fatto di voci, di incontri, di porte che si aprono, di bambini che giocano, di persone che si salutano chiamandosi per nome.

E tutto questo non può essere ricostruito semplicemente con mattoni e cemento.

Eppure, in mezzo a tanta sofferenza, emerse anche il volto più bello della nostra gente: la solidarietà. I Vigili del Fuoco, i militari, i volontari, gli uomini e le donne che si adoperarono per salvare vite, cercare i dispersi, accogliere chi aveva perso la propria casa.

Perché nelle grandi tragedie, accanto alla fragilità dell’uomo, spesso si manifesta anche la sua straordinaria umanità.

A sessant’anni di distanza, Ches torna a ricordare.

Sabato 14 novembre, per iniziativa del Comune di Spiazzo e dell’ASUC di Fisto, la comunità si ritroverà alle ore 14 presso il monumento di Ches per i saluti istituzionali e, alle 14.15, per un momento di raccoglimento in ricordo delle vittime.

Alle 15, nel Teatro di Spiazzo, l’incontro «La frana, le acque e la memoria» offrirà l’occasione di ripercorrere quegli avvenimenti attraverso le testimonianze e l’intervento di Lorenzo Malpaga, autore del saggio La Vecchia Ches e dirigente del Servizio Bacini Montani della Provincia autonoma di Trento.

Con Roberto Moreschini e i tecnici del Servizio Bacini Montani si parlerà anche della conoscenza del territorio, delle carte del pericolo e degli strumenti necessari per prevenire i rischi.

Perché ricordare non significa soltanto voltarsi indietro. Significa anche interrogarsi sul presente e, soprattutto, sul futuro.

Disponiamo oggi di conoscenze, tecnologie e strumenti di prevenzione che sessant’anni fa erano impensabili. Eppure la natura continua a ricordarci che il territorio montano è un patrimonio meraviglioso, ma anche delicato, che richiede rispetto, attenzione e cura.

C’è un’immagine che forse più di ogni altra racchiude il significato di questa ricorrenza: quella del vecchio Ches, che non esiste più, ma continua a vivere nella memoria dei suoi abitanti.

Le case sono scomparse. Le strade di allora non ci sono più. Molte delle persone che vissero quei giorni ci hanno lasciato.

Ma la memoria è rimasta.

E finché ci sarà qualcuno disposto a raccontare, ad ascoltare, a trasmettere ai più giovani ciò che accadde quel lontano 4 novembre, Ches non sarà mai un paese dimenticato.

Forse è proprio questo il significato più profondo della commemorazione: trasformare il dolore di ieri in consapevolezza per domani.

Perché ricordare chi abbiamo perduto è un dovere. Ma imparare da ciò che è accaduto è il modo più autentico per onorarne la memoria.