Il Trentino e la storia: quando le fonti raccontano una realtà più complessa

di Stefano Gilardi

Il Trentino e la storia: quando le fonti raccontano una realtà più complessa

Ho letto con attenzione l’intervento di Alessandro Mosca sulla storia del Trentino e sul rapporto tra questa terra e l’Italia. È sicuramente positivo vedere interesse verso la storia locale e partecipare al dibattito pubblico. Proprio per questo, però, una materia così delicata merita un approccio all’altezza della sua complessità: servono studio, confronto tra fonti diverse e soprattutto la disponibilità ad accettare che la storia possa essere meno semplice e meno rassicurante delle proprie convinzioni.
Il Trentino del periodo austro-ungarico non era una comunità uniforme e facilmente riconducibile a una sola identità. Esistevano gli irredentisti, certamente, ma esistevano anche, e in larga parte, persone legate all’Impero, autonomisti, comunità rurali e ambienti del clero che si riconoscevano soprattutto nella propria valle, nel proprio paese, nelle proprie tradizioni e nel mondo tirolese, più che nei grandi movimenti nazionali dell’epoca.
Pensare che un’intera popolazione fosse semplicemente in attesa dell’arrivo dell’Italia significa trasformare una storia complessa in un racconto rassicurante, ma inevitabilmente parziale. La realtà del Trentino di quegli anni era fatta di appartenenze diverse, sentimenti contrastanti e identità sovrapposte.
La storia, infatti, non è un esercizio nel quale si scelgono soltanto le fonti che confermano ciò che già pensiamo, magari perché risultano più coerenti con la posizione dell’associazione che si rappresenta, mettendo invece da parte quelle più scomode. Le fonti non servono a darci ragione: servono, prima di tutto, a farci capire.
Una delle fonti più importanti sono proprio le testimonianze di chi quella storia l’ha vissuta.

Il racconto di Nonna Zelina, di cui allego il link YouTube (https://www.youtube.com/watch?v=fQkTTUTWhr0), rappresenta una memoria diretta della Prima guerra mondiale e del passaggio del Trentino dal mondo austro-ungarico al Regno d’Italia. Non è una ricostruzione politica elaborata a distanza di decenni, ma la voce di una persona che ha attraversato quegli eventi e che ha vissuto sulla propria pelle un cambiamento storico enorme.
Nelle sue parole emerge il legame con il mondo tirolese, il rispetto verso l’Impero austro-ungarico e verso la figura dell’imperatore Francesco Giuseppe, così come emerge il sentimento negativo nei confronti del cambiamento seguito all’annessione all’Italia.
Alla domanda se si sentisse austriaca, la sua risposta è chiara: non si sentiva italiana.
Una testimonianza del genere può essere discussa, contestualizzata e analizzata, ma non può essere semplicemente ignorata perché non coincide con una determinata lettura del passato. La memoria storica non diventa falsa solo perché mette in difficoltà una narrazione già costruita.
Anzi, proprio queste testimonianze ci ricordano un aspetto spesso dimenticato: dietro i grandi passaggi storico-politici ci sono persone, famiglie e comunità che hanno vissuto quei cambiamenti con sentimenti complessi, spesso anche con sofferenza.
Il passaggio dal mondo austro-ungarico allo Stato italiano nel 1918, per molte famiglie trentine, rappresentò uno strappo: la perdita di riferimenti culturali, amministrativi e istituzionali ai quali erano state legate per generazioni. Questa memoria, ancora oggi presente in molte comunità del territorio, merita rispetto e ascolto, non di essere liquidata perché poco coerente con una determinata interpretazione nazionale della storia.
Anche una fonte particolare come Benito Mussolini, prima della sua trasformazione politica e prima del ruolo che avrebbe avuto nella storia italiana, offre elementi interessanti.
Nel 1911 pubblicò “Il Trentino veduto da un socialista. Note e notizie” (di cui allego un estrato), descrivendo una società molto diversa da quella di un territorio compatto e già orientato verso l’Italia.
Mussolini osservava come nelle valli e nelle campagne il movimento irredentista avesse un consenso limitato e come molti contadini fossero profondamente legati allo Stato austro-ungarico. Raccontava inoltre episodi nei quali emergevano diffidenza verso i “regnicoli” e sentimenti di fedeltà all’Austria. Arrivava a sostenere che «è certo che a Trento irredentisti non ve ne sono», sottolineando quanto fosse lontana dalla realtà l’idea di un distacco dall’Austria sostenuto da una maggioranza compatta della popolazione.
Ancora più significativa è la testimonianza di Alcide De Gasperi, figura centrale della storia italiana del Novecento e futuro Presidente del Consiglio.
Nel 1914, durante il periodo della neutralità italiana, De Gasperi avrebbe riferito all’ambasciatore austro-ungarico Karl von Macchio una valutazione molto netta sul sentimento della popolazione trentina:
«Nel caso di un plebiscito, il 90% dei cittadini avrebbe optato per l’Austria».
Al di là del dibattito storiografico sull’esatto contesto della frase, rimane un elemento evidente: anche una figura come De Gasperi riconosceva che il rapporto tra il Trentino e l’Italia non fosse una realtà semplice, lineare e già definita.
Per questo motivo raccontare il 1918 come se fosse stato il momento di un entusiasmo unanime e condiviso da tutta la popolazione significa offrire una lettura selettiva degli eventi.
Forse Alessandro Mosca dovrebbe ricordare che la storia del Trentino non appartiene a una sola corrente culturale o associativa e che nessuno dovrebbe sentirsi autorizzato a spiegare ai trentini quale memoria siano autorizzati ad avere. Prima di proporre una lettura definitiva del passato sarebbe opportuno ascoltare anche quelle famiglie che quel passaggio lo hanno vissuto con sofferenza, che hanno tramandato ricordi diversi e che meritano rispetto, anche quando la loro memoria non coincide con una narrazione celebrativa.
Il rispetto verso la storia significa anche rispetto verso le persone che quella storia l’hanno vissuta.
Il Trentino non ha bisogno di scegliere tra identità italiana e memoria tirolese. La sua storia nasce proprio dall’incontro, e spesso anche dalla tensione, tra culture diverse.
La maturità storica consiste anche nel confrontarsi con ciò che non ci fa comodo.
È questa la differenza tra ricerca storica e propaganda: la prima cerca di comprendere il passato, la seconda cerca soltanto di utilizzarlo.
Al di là delle opinioni personali, è comunque positivo vedere che ancora oggi il dibattito sulla storia del Trentino susciti tanta partecipazione. Molte reazioni dimostrano che numerosi trentini riescono a guardare al proprio passato senza bisogno di cancellarne una parte per valorizzarne un’altra.
Forse è proprio questa la vera consapevolezza storica: non dover scegliere tra identità italiana e memoria tirolese, perché il Trentino è il risultato di secoli di stratificazioni culturali, linguistiche e storiche.
Prima di spiegare ai trentini quale dovrebbe essere la loro storia, sarebbe forse opportuno ascoltare qualche voce in più, leggere qualche fonte in più e ricordare che il passato è quasi sempre molto più complesso delle convinzioni con cui lo affrontiamo.